L’Ultimo Contadino – Donatella Borghesi



Agricoltura nuova senza agricoltori nuovi

Le cifre sono impietose: nelle nostre campagne lavora un under 35 contro 12,5 ultrasessantenni, mentre in Francia c’è un giovane ogni 1,2 over 60, e in Germania il rapporto è invertito, uno ogni 0,8. L’Italia agricola non è fatta per i giovani, sembrano dirci questi dati. Anche se il quotidiano “la Repubblica” di Firenze titolava il 25 aprile scorso: “Gli under 40 riscoprono i campi, boom di domande alla Regione”. Una vera sorpresa, in una regione come la Toscana che negli ultimi dieci anni ha perso 100mila ettari di produzione agricola a causa dello sviluppo urbanistico. Non si era mai vista infatti una partecipazione così massiccia a un bando di finanziamento per giovani agricoltori: 634 domande arrivate in poche settimane, per accedere ai 70 milioni di euro di fondi comunitari. Tanto da stupire il governatore Enrico Rossi, che ha intenzione di fare un’assemblea con i “candidati” per capirne le motivazioni. Provenienti dalle province dove ci sono i terreni – Siena, Arezzo e soprattutto Grosseto – sono davvero giovani: uno su tre è sotto i 25 anni. Segno di una ripresa, di un mutamento culturale, o semplicemente (e drammaticamente) frutto della crisi economica, come sta succedendo nella Grecia sull’orlo del default, dove i giovani senza lavoro fuggono dalle città per andare a trovare uno sbocco in campagna? «In Italia, dagli anni ’50 ai ’90, abbiamo perso all’agricoltura due intere generazioni». Non lo dice un ambientalista irriducibile ma il ministro delle politiche agricole Mario Catania, nella lectio magistralis tenuta l’8 maggio scorso all’Università di scienze gastronomiche di Pollenzo, in Piemonte, fondata otto anni fa da Carlo Petrini. «Per quarant’anni la cultura della città e dell’industrializzazione ha schiacciato il legame storico che il nostro paese aveva con la cultura agricola, producendo un vero rifiuto da parte delle nuove generazioni: fare il contadino apparteneva al passato, non aveva status sociale. Ora le cose stanno cambiando, c’è un’inversione di tendenza, una nuova attenzione al mondo agricolo, e un giovane può pensare di costruire il proprio futuro coltivando la terra». Sentiamoli, allora, i trentenni che hanno deciso di “restare sul campo”, quelli che hanno resistito alla tentazione di fuggire. Sono loro a chiedere innovazione, a parlare di filiera corta, di km zero, di tutela della biodiversità, di freno al consumo del suolo, di un rapporto meno mediato con il consumatore, di qualità del prodotto… E sono loro i più critici rispetto alle regole rigide e omologanti della politica agricola europea.

E pare se la cavino. Secondo un’indagine della Coldiretti Giovane Impresa che rappresenta 61mila attività agricole condotte da giovani, il 17% lamenta di avere difficoltà per accedere al credito e il 36% vede nella burocrazia il maggior ostacolo. Ma nonostante ciò, il 33% vive una fase di espansione aziendale: il canale commerciale preferito per il 64% è la filiera corta, seguita dalle reti cooperative e dai consorzi. Chissà se saranno loro a dare gambe concrete alla visione del “profeta” Petrini, che ci ricorda che «mangiare è il primo atto agricolo», e che non si deve perdere tempo, perché solo l’agricoltura ripresa in mano dai produttori può farci uscire dal collasso di sistema che stiamo vivendo.

Nella recente fiera al Madonnino di Braccagni del Maremma Wine Food Shire 2012, il salone dei prodotti di qualità maremmani – pubblichiamo i nomi dei partecipanti a pagina 30 – si sono visti molti giovani espositori. Chissà che il vento non stia cambiando davvero.

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