Chicco Testa intervistato da Giulia Morini



La Crescita Indolore

Enrico Testa, per tutti “Chicco”. Presidente nazionale di Legambiente, membro della commissione Ambiente e territorio in Parlamento, manager di grandi aziende, dall’Acea all’Enel, da Wind a Carlyle Group. Il suo nome, va da sé, richiama immediatamente i temi dell’ambiente, delle biotecnologie, dell’energia. Fondatore di New Clear, “il blog delle energie dove il nucleare non è tabù”, è stato negli ultimi tempi al centro di polemiche, per aver… cambiato idea. Da anni ha piantato le tende in Maremma. «Sono passati molti anni da quando sono venuto la prima volta a trovare degli amici. All’inizio erano visite sporadiche, poi sono diventati soggiorni del weekend. Così ho deciso di comprare casa e, grazie alla tecnologia, posso permettermi di rimandare il rientro al lunedì o al martedì. Oggi rappresenta un luogo importante della mia vita. Non solo perché è vicino a Roma, e mi consente di andare avanti e indietro anche in giornata. Ma soprattutto per i suoi grandi spazi, che offrono un combinato d’eccezione di colline, montagna, mare, isole».

Inevitabile parlare dei suoi cambiamenti d’opinione, per esempio sul nucleare. Non ha certezze, mi pare.

«Sì, ho cambiato idea un milione di volte! C’è una frase di Ezra Pound che dice: “Se un uomo non è disposto a morire per le sue idee, o non vale niente lui o non valgono niente le sue idee”. Bertrand Russell gli risponde: “Non solo non morirei mai per le mie idee, ma spero sempre di incontrare qualcuno più intelligente di me che mi faccia cambiare opinione”. Il desiderio di scoperta, il confronto, è sempre stato alla base della mia vita. Bisogna, attraverso lo spirito di ricerca, avere la disponibilità a cambiare idea, perché la realtà si aggiorna, si apre a punti di vista che prima non vedevi».

Abbracciare il nuovo senza disfarsi del vecchio. Esiste un compromesso tra crescita e sostenibilità?

«In questo periodo si parla molto di crescita; bisogna vedere, però, che tipo di crescita si cerca. Deviare il corso di Giulia Morini di sviluppo si può. Per il nostro territorio, bisognerebbe privilegiare quello che si chiama un “turismo motivazionale”, piuttosto che puntare su un turismo invasivo, di massa. Lo sviluppo del marchio Maremma Toscana potrebbe rappresentare un veicolo importante. La Maremma è così attrattiva perché ha degli spazi sconfinati di aperta campagna con una bassa popolazione, un mix che non trovi in altre parti d’Italia. E la campagna potremmo viverla di più: a piedi, in bicicletta, a cavallo. Le aziende agrituristiche potrebbero fare dei percorsi periferici nelle loro proprietà, con punti di ristoro e segnaletica, in modo da richiamare un turismo sportivo e a basso impatto sull’ambiente, insomma, turismo di qualità. Si dovrebbe limitare però il proliferare incontrollato delle abitazioni private: aldilà della legittimità o meno del sogno di molti, è importante mantenere il tratto distintivo della zona, la scarsa concentrazione abitativa».

E come opportunità d’investimento?

«Ci vedrei bene delle scuole d’eccellenza, degli istituti specializzati. Per il giapponese, per l’americano, non ci sarebbe niente di più bello che poter mandare i propri figli a studiare in Toscana, dove arte, paesaggio, cibo e cultura trovano una espressione d’insieme unica. Penso a dei veri e propri campus naturali, in stile college, dove educare e crescere i giovani. Oppure centri di studio specializzati in alcuni settori, come la zootecnica e, perché no, la cucina e l’equitazione, sulla scia della Francia e della Germania».

Cosa ne pensa del luogo comune del maremmano un po’ “grizzly”, che non socializza molto?

«Che è proprio vero! Direi che il maremmano è la perfetta antitesi del romagnolo. Il più delle volte, se commerciante, sembra che ti faccia un piacere. Ma c’è anche il lato positivo, un clima di “vivi e lascia vivere”. I maremmani si fanno i fatti loro e a me questo piace, al punto da considerare il carattere un po’ ruvido più un modo di fare che una mancanza di cortesia».

Una cosa che cambierebbe radicalmente.

«Demolirei volentieri qualche edificio, ma non faccio nomi. È importante che ci siano delle regole architettoniche e di gusto. Non che si tratti di duplicare tanti casali maremmani, ma magari preferire la pietra e il legno».

E una a cui non rinuncerebbe mai.

«Una cosa a cui non potrei rinunciare è lo spazio senza limiti. Qui il paesaggio non si esaurisce mai, all’orizzonte, in barriere artificiali. E poi, lo ammetto, non potrei fare a meno delle mie passeggiate a cavallo…».

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