Il lupo e la pecora, intervista con Paolo Madrucci a cura di Lina Senserini


Una convivenza scomoda ma inevitabile

Paolo Madrucci, veterinario, per anni direttore del Dipartimento della Prevenzione della Asl, conosce bene il mondo zootecnico maremmano, gli allevatori, le problematiche connesse ai cambiamenti che il settore primario ha subito negli anni: le difficoltà legate alla caratteristiche del territorio, quelle derivate dall’evoluzione del quadro economico e produttivo, gli interventi della normativa comunitaria, non ultime quelle legate all’impossibilità di tenere il passo con la concorrenza dei  Paesi europei che esportano materia prima verso l’Italia. Un settore, quello zootecnico e agricolo, che negli ultimi anni ha dovuto fare i conti anche con il difficile rapporto con gli animali selvatici: gli ungulati che danneggiano pesantemente le colture, i predatori re-introdotti, oltre che per la conservazione della specie, per contribuire a riportare in equilibrio le popolazioni di ungulati e che ora sono essi stessi un problema per gli allevamenti. Non c’è niente di naturale in tutto questo, ma ogni cambiamento è stato prodotto dalla mano dell’uomo che ha interrotto il millenario equilibrio con l’ambiente. È la storia del territorio, dell’agricoltura, della caccia a dirlo, come si legge sulla ricostruzione storica di Paolo Madrucci, e oggi sembra decisamente difficile recuperare questo equilibrio la cui crisi nasce negli anni Settanta del secolo scorso.

Da circa 20 anni, gli effetti di questa “disarmonia” fanno sentire il loro peso, in alcuni ambiti dell’agricoltura, in particolare l’allevamento, il più coinvolto nel rapporto “uomini e lupi”, per parafrasare il giornalista e scrittore Aldo Giorgio Salvatori. Ma anche le coltivazioni danneggiate dall’eccessiva quantità di ungulati. Questo conflitto ha tirato in ballo la politica, divisa tra opposte posizioni e tirata per la giacchetta da più parti. Gli allevatori da una parte, gli ambientalisti dall’altra, in mezzo i lupi e la loro storia ancestrale, dalla scomparsa alla ricomparsa in Maremma.

Dottor Madrucci, che cosa ha comportato il fatto che non ci fossero più lupi in Maremma, rispetto all’equilibrio tra le specie?

«La scomparsa del lupo, predatore all’apice della catena alimentare, l’abbandono degli insediamenti poderali delle aree collinari e montane, la creazione di aree protette e l’immissione sul territorio di cinghiali alloctoni particolarmente prolifici e resistenti, da parte di gruppi di cacciatori organizzati, ha provocato un incremento continuo di cinghiali, caprioli e daini, imponente già dalla la fine del secolo scorso.

Oggi la quantità di ungulati è sproporzionata rispetto al territorio, è sopra la soglia di saturazione delle capacità dell’ambiente maremmano, che ne risulta progressivamente sempre più colpito, con danni alle colture, che già di per sé hanno spesso limitati margini di reddito. Oltre a costituire un pericolo per la sicurezza della circolazione stradale.

Questa varietà non autoctona di cinghiale, a tutti gli effetti da considerare aliena nel nuovo contesto, si diffonde in modo incontrollato anche perché non c’è più il lupo, unica specie in grado di modularne la presenza, ma che dall’inizio del ‘900 è sempre meno presente sul territorio».

Da quando è scomparso il lupo in Maremma?

«Non viene più segnalato già dalla fine degli anni ’40. Consideriamo che In Italia, i primi documenti che attestano gli abbattimenti di lupi tramite il ricorso a cacciatori esperti, che si spostano addirittura da regione a regione assoldati dai grandi proprietari terrieri su sollecito dei loro fiduciari territoriali, risalgono al 1500. Quattro secoli dopo, nel primo Dopoguerra, tale attività assume proporzioni notevoli e prosegue fino alla metà del secolo scorso, su pressione degli assegnatori dei terreni marginali che la Riforma fondiaria ha loro riservato. Il lupo in pratica scompare dalla dorsale appenninica e dall’arco alpino, il suo areale è confinato a limitati e ridotti ambiti territoriali».

Che cosa è l’Operazione San Francesco?

«Nei primi anni ’70, la popolazione di lupi nella penisola italiana era stimata in circa 100 – 110 capi, per lo più raggruppati sull’Appennino abruzzese e in parte in quello silano. A seguito dell’allarme del mondo scientifico nazionale e internazionale, nel 1971, su iniziativa del Parco nazionale dell’Abruzzo, del Wwf e dell’Università La Sapienza di Roma, prende avvio l’Operazione San Francesco, che ha come scopo quello di ripristinare un livello numerico di sicurezza della popolazione del lupo, per scongiurarne la scomparsa dal territorio italiano e recuperare a questa specie l’areale che aveva nel XIX secolo in tutto l’arco alpino e lungo la dorsale appenninica. Nello stesso anno il lupo viene tolto dalla lista degli animali nocivi, poi nel 1976 il ministro dell’agricoltura Marcora ne decreta il divieto di caccia. Infine, nel 1977, viene emanata la Legge 27, che ne stabilisce la protezione insieme ad altre specie ritenute di particolare importanza per gli ecosistemi peninsulari.

In quegli anni comincia un lento ma costante incremento della popolazione del lupo in Italia e, grazie anche alla contemporanea maturazione della coscienza ambientalista nazionale, la sua presenza si consolida scongiurandone il pericolo della definitiva scomparsa dalla penisola».

E questo cosa comporta rispetto all’agricoltura e all’allevamento?

«Con l’inizio degli anni ‘90 si riaccende, ovviamente, il conflitto con gli allevatori di bestiame brado e semibrado, in particolare di ovini, che si era sopito con i drastici e diffusi interventi di abbattimento operati dai lupari fino a pochi anni prima, su commissione delle comunità territoriali e delle amministrazioni comunali. Ma si riaccende anche perché dall’inizio degli anni ’90 inizia una progressiva riduzione dei margini di guadagno dell’allevamento ovino: calano i consumi e il prezzo del formaggio pecorino stagionato, aumentano i costi di produzione delle unità foraggere e i Paesi dell’Est europeo immettono sul mercato forti quantità di latte ovino a prezzi più bassi di quelli dei produttori nazionali.

Gli allevatori sono in difficoltà e non sono più nelle condizioni di considerare le predazioni come un costo facilmente riassorbibile dagli ampi margini di guadagno che l’azienda aveva fino a pochi anni prima. Peraltro, con il divieto di abbattimento dei cani randagi stabilito con la Legge 281 del 199, si assiste a un effetto paradosso: la difficoltà delle amministrazioni comunali a realizzare, in breve tempo, canili sufficienti a ricoverare tutti i cani vaganti provoca un incremento del randagismo nel territorio, in particolare nelle zone con presenza di attività agricola e venatoria».

Cosa succede in Maremma?

«Negli anni seguenti, in analogia con ciò che succede in altri territori della penisola con vocazione alla pastorizia, come l’Abruzzo, in provincia di Grosseto aumentano in modo significativo le aggressioni alle greggi, che sono avviate tradizionalmente al pascolo senza alcuna forma di guardiania, né con pastori né con cani da difesa. Il lupo, infatti, non è più un pericolo quasi da mezzo secolo, l’abigeato (il furto di bestiame) è un fenomeno pressoché sconosciuto nella realtà maremmana e, inoltre, nella storia della zootecnia grossetana il gregge è considerato una integrazione al reddito aziendale, per cui le ore-lavoro dedicate a questa attività sono limitate allo stretto indispensabile.

Vengono, allora, avviati vari progetti su finanziamento delle amministrazioni locali e regionali per limitare il fenomeno del randagismo rurale, ma nel frattempo anche il lupo, che ha riconquistato il suo originale areale in tutta la penisola, comincia anche in Maremma a far sentire sempre di più la sua pressione».

A questo punto scendono in campo gli allevatori

«La protesta degli allevatori di ovini di tutta la provincia contro i danni causati da questo predatore purtroppo ha raggiunto toni anche violenti, anche perché il settore è già da tempo in forti difficoltà economiche, con utili che si sono ridotti in modo drastico rispetto agli anni ’80.

Peraltro, alle norme nazionali di protezione del lupo si è assommata anche una rigida legislazione europea, che consente agli Stati membri limitatissime scelte autonome. Soprattutto si è diffusa nel nostro Paese una spiccata sensibilità a difesa dell’ambiente e degli animali, recuperando il gap che c’era stato fino a pochi anni prima rispetto agli altri Paesi del Nord Europa».

Dal suo punto di vista, quindi il lupo è solo uno dei tanti elementi che contribuisce a destabilizzare un sistema già di per sé fragile, come l’allevamento?

«Al di là di quello che ognuno può pensare, frutto di una più o meno consapevole valutazione della questione delle predazioni, rimangono i dati di fatto, cioè lo stato dell’arte dei vari fattori che interagiscono con questo problema che affligge gli allevatori, soprattutto di ovini al pascolo».

Possiamo provare a elencarli?

«Cominciamo con il dire che, per mantenere quote di mercato e con margini di guadagno vantaggiosi, il settore agro-zootecnico grossetano necessita di importanti investimenti sulla formazione degli addetti e sulle infrastrutture. È indispensabile pensare a un articolato progetto di riconversione delle produzioni, mediante alternative in linea con le realtà del mercato globale, tenendo conto anche della forte attrazione turistica della Maremma e puntando su prodotti di nicchia e di alta qualità. Il territorio grossetano non può in alcun caso sopravvivere a un confronto sul piano delle produzioni destinate al consumo standard.

Altro aspetto, la normativa europea e italiana che individua nell’allevatore il responsabile della protezione degli animali nei confronti dei predatori. Gli allevatori devono essere sostenuti e formati dalle istituzioni per far fronte a questo gravoso impegno».

Ci sono poi i fattori ambientali

«L’equilibrio dell’ambiente e delle popolazioni animali selvatiche è molto importante per la sicurezza del patrimonio zootecnico, in particolare se allevato allo stato brado e semibrado, e va mantenuto a ogni costo».

Che cosa significa questo riferito al lupo?

«Il mondo scientifico, in modo unanime, considera il lupo come unica possibilità attualmente percorribile per contenere la diffusione dei grandi mammiferi selvatici sul territorio, come cinghiali, daini, caprioli. Improbabili, o per lo meno di difficile realizzazione per ora, altri sistemi come la sterilizzazione chimica dei riproduttori.

Ma allora si torna al punto di partenza, dell’impatto di questi predatori sull’allevamento. Come si pensa di rispondere al problema?

«L’Unione europea può arrivare eccezionalmente ad autorizzare l’abbattimento di un numero ridottissimo di lupi, come è già successo in Francia e in Spagna, e solo a seguito di un’istruttoria che ne dimostri la necessità. Ma si parla sempre di poche unità. È la stessa dinamica sociale del lupo che rende inutili gli abbattimenti per diminuire le aggressioni alle greggi. Su questo punto, il mondo scientifico è unanime: o gli abbattimenti assumono le dimensioni di quelli attuati nella prima metà del ‘900, cioè una vera e propria eradicazione della specie dal territorio, impensabile nel nostro Paese, oppure il solo diradamento dei capi mediante alcuni abbattimenti, ha l’effetto paradosso di incrementare la pressione sulle greggi. Ugualmente impercorribile è la cattura e lo spostamento di esemplari di lupi, da territori con allevamenti ovini al pascolo libero ad altri territori senza questo tipo di insediamenti. Questo sia perché la cattura del lupo senza abbattimento è difficilissima, sia perché l’eccezionale mobilità di questi animali alla ricerca di prede vanificherebbe rapidamente tale pratica».

E quindi quale potrebbe essere una soluzione vera e realisticamente attuabile?

«Come abbiamo detto, il lupo fa storicamente parte dell’ambiente e in un utopistico equilibrio tra uomo e natura non ci dovrebbe essere bisogno di operazioni di contenimento. Possiamo, tuttavia, partire controllando il randagismo canino in ambiente rurale, fino a eliminarlo completamente, poiché è un fattore di un certo rilievo nelle aggressioni alle greggi. Poi riconvertire una parte delle aziende, le più esposte alle aggressioni, in allevamenti intensivi in ricovero con razze diverse di pecore, proteggere le greggi delle attività meno esposte con sistemi di difesa adeguati, in modo che possano mantenere il sistema tradizionale di allevamento semibrado al pascolo vigilato. Tutto, ovviamente, con il sostegno formativo e anche economico delle istituzioni».

Mi sembra di capire che non ci sia un’alternativa indolore

«Più che altro è in atto uno scontro che inevitabilmente sfocerà in un confronto tra le parti e che sarà costruttivo solo se si partirà dalla condivisione dei dati di fatto e dal passato della Maremma.  La conoscenza approfondita delle questioni di solito aiuta molto, in genere unisce o per lo meno avvicina posizioni contrapposte».

Leggete l’analisi del futuro della pastorizia (e la predazione) del Dr. Madrucci