Manifesto The Economics of Meeting – Il Valore dell’Incontro - Binario F

The Economics of Meeting – Il Valore dell’Incontro

Evento dal vivo

Prossima data:

Ora:

18:00

Luogo:

Binario F, 29/h, Via Marsala, Roma

The Economics of Meeting – Il Valore dell’Incontro

Piero Dominici, Chara Buongiovanni, Richard Harris, Michele Sorice

A Binario F, martedì 23 giugno 2026, si è tenuto il seminario, The Economics of Meeting, il primo degli Incontri di Governanza, un progetto di Richard Harris. Si è sviluppato attorno a una domanda specifica, Perché  non ci incontriamo più? e una più generale, Come creare oggi le condizioni affinché persone diverse possano incontrarsi e rafforzare il tessuto sociale? I relatori hanno affrontato il tema da prospettive differenti – urbanistica, sociologia, partecipazione civica, educazione e finanza a impatto – mettendo in luce sia punti di convergenza sia divergenze significative.

  • Chiara Buongiovanni, Social Impact Agenda
  • Piero Dominici, Università di Perugia
  • Michele Sorice, Sapienza Università di Roma
  • Richard Harris, moderatore

Richard Harris apre il dibattito con un’idea semplice ma radicale: la società nasce dagli incontri tra le persone. Non è soltanto la qualità delle relazioni a determinare la forza di una comunità, ma anche la possibilità che individui appartenenti a mondi diversi possano entrare in contatto. Le slide della sua introduzione …

Ripercorrendo l’esempio del Foro romano e delle piazze storiche, Harris sostiene che le città hanno sempre investito in quelle che oggi definiremmo infrastrutture sociali. Il valore di questi luoghi non risiede nella loro architettura, ma nella loro capacità di facilitare incontri. Una piazza, osserva, non ha valore in sé: lo acquisisce quando permette alle persone di incontrarsi.

Introduce quindi il concetto di “promiscuità sociale”, inteso come la possibilità di uscire dai propri abituali circoli sociali per entrare in relazione con persone differenti. È proprio questa mescolanza, più che la semplice aggregazione, a produrre innovazione, fiducia e coesione sociale.

Secondo Harris, la società contemporanea sta progressivamente perdendo queste occasioni. Internet, alcune trasformazioni normative e il modo in cui utilizziamo gli spazi pubblici tendono a favorire la frammentazione anziché la prossimità. Richiama il lavoro di Geoffrey West sull’importanza delle città come luoghi di incontro e cita una ricercatrice britannica secondo cui “non possiamo trovare un terreno comune se non esiste uno spazio condiviso”.

La sua proposta non consiste semplicemente nell’organizzare più eventi, ma nel progettare infrastrutture che facilitino incontri inattesi. L’obiettivo è creare condizioni nelle quali possano nascere relazioni che altrimenti non si sarebbero mai sviluppate, valorizzando risorse inutilizzate, competenze complementari e nuove opportunità.

Per chiarire questa idea porta diversi esempi. TEDx rappresenta un sistema globale che valorizza il desiderio delle persone di incontrarsi, pur monetizzando il fenomeno in maniera indiretta. Speaker’s Corner e Havel’s Place mostrano invece come la semplice presenza di uno spazio fisico non sia sufficiente a produrre dialogo: senza una comunità che lo anima, anche il luogo più simbolico rischia di restare vuoto.

L’esempio che considera più interessante è quello delle biblioteche finlandesi, dove la legge attribuisce alle biblioteche pubbliche il compito di promuovere la democrazia, la cittadinanza attiva e la partecipazione, offrendo spazi e strumenti che i cittadini possono utilizzare autonomamente.

Da qui nasce la domanda che attraversa tutto l’incontro: è possibile riconoscere la promozione degli incontri come una funzione pubblica e costruire modelli, anche economici, capaci di sostenerla?


Michele Sorice affronta il tema da una prospettiva diversa. Pur condividendo l’importanza dell’incontro, mette in discussione l’idea che esso possa essere progettato principalmente attraverso infrastrutture o modelli economici.

Per Sorice gli incontri socialmente più significativi nascono da bisogni condivisi, da percorsi di partecipazione e da pratiche collettive che prendono forma spontaneamente nei territori. Porta l’esempio dei movimenti che si oppongono alla gentrificazione e di molte esperienze civiche che si sviluppano nei quartieri senza finalità economiche e senza meccanismi di monetizzazione.

Pur non demonizzando la finanza o il sostegno economico, osserva che la monetizzazione può diventare un ostacolo quando riguarda processi democratici e partecipativi. Anche la figura del facilitatore, se troppo presente, rischia di orientare il dibattito e alterare gli equilibri della partecipazione.

Sorice richiama inoltre l’attenzione sul progressivo restringimento degli spazi del dissenso e della protesta, sostenendo che una democrazia dovrebbe proteggere le occasioni di partecipazione piuttosto che limitarle.

Uno dei passaggi centrali del suo intervento riguarda la distinzione tra dialogo e costruzione collettiva. L’incontro, afferma, non consiste soltanto nel parlarsi reciprocamente, ma soprattutto nel costruire qualcosa insieme. Riprendendo la tradizione aristotelica, sostiene che la cittadinanza nasce dalla partecipazione attiva alla vita della comunità e non soltanto dall’appartenenza formale.

Nella parte conclusiva risponde anche a una domanda del pubblico sulla scomparsa delle grandi mobilitazioni del Novecento. Secondo Sorice quelle forme storiche non torneranno nelle stesse modalità, ma questo non significa che la partecipazione sia scomparsa. Oggi assume forme differenti: reti territoriali, associazioni locali, movimenti civici e mobilitazioni che utilizzano anche gli strumenti digitali. Il problema, semmai, è che queste esperienze rimangono spesso isolate e non riescono a costruire reti sufficientemente forti.


Il secondo intervento sviluppa il tema da un punto di vista sociologico e culturale.

Piero Dominici sostiene che molti problemi contemporanei vengono interpretati attraverso una lente esclusivamente economica, mentre l’economia dovrebbe essere considerata anzitutto una scienza sociale. Per ripensare il modello di sviluppo occorre partire dai fattori culturali e sociali che orientano anche i processi economici.

L’esperienza della pandemia rappresenta, secondo lui, una dimostrazione evidente dei limiti delle infrastrutture digitali. La connessione non coincide con la comunicazione e, soprattutto, non genera automaticamente relazioni significative. I dati sul disagio psicologico giovanile mostrano quanto la connessione permanente non possa sostituire la presenza fisica.

Dominici insiste poi sul tema della cittadinanza. Essa non può più essere intesa soltanto come una condizione giuridica, ma deve essere costruita culturalmente attraverso l’educazione. Scuole e università dovrebbero rappresentare i principali luoghi di formazione della partecipazione, ma spesso sono orientate soprattutto alla performance, all’efficienza e alla specializzazione disciplinare.

A suo giudizio, il vero problema non è soltanto la mancanza di luoghi fisici, ma il prevalere di una cultura sempre più individualistica, che tende a cercare utilità anche nelle relazioni umane. Se ogni incontro deve avere uno scopo immediatamente utile, viene meno quella disponibilità all’incontro gratuito che costituisce il fondamento della vita collettiva.

Per questo motivo ritiene che il rafforzamento della partecipazione richieda innanzitutto un cambiamento culturale ed educativo, capace di valorizzare il pluralismo, l’interdisciplinarità e il confronto con la diversità.


Chiara Buongiovanni interviene cercando di collegare il dibattito con il lavoro di Social Impact Agenda per l’Italia.

Spiega che la finanza a impatto mira a valutare, oltre al rischio e al rendimento economico, anche gli effetti sociali e ambientali generati da un investimento. L’elemento centrale è la definizione di una teoria del cambiamento, cioè dell’impatto che si intende produrre nel medio e lungo periodo.

Applicando questo approccio al tema dell’incontro, Buongiovanni suggerisce che l’oggetto dell’investimento non dovrebbe essere il singolo evento, ma i luoghi e gli ecosistemi capaci di produrre relazioni nel tempo.

Riprende alcune parole utilizzate da Harris – formato, luogo, piattaforma – e propone di spostare l’attenzione dal format al luogo. Un luogo, osserva, non può essere completamente progettato a priori: la sua evoluzione dipende anche dall’uso che ne faranno le persone.

Un altro punto riguarda il concetto di matching. Molte piattaforme digitali e molti programmi di innovazione cercano di mettere in relazione persone che hanno problemi e soluzioni complementari. Questo approccio, pur utile, riduce però la casualità dell’incontro. Se tutto è definito in anticipo, diminuisce lo spazio per la scoperta e per la serendipità.

Per Buongiovanni la finanza a impatto può contribuire soprattutto creando partenariati tra amministrazioni pubbliche, investitori e comunità locali, condividendo il rischio di iniziative il cui valore emerge soltanto nel lungo periodo.


Le domande del pubblico ampliano ulteriormente la riflessione.

Un primo intervento si interroga sulla scomparsa delle grandi organizzazioni collettive del passato e chiede se sia ancora possibile ricreare forme di partecipazione analoghe nell’epoca digitale.

Un secondo tema riguarda il ruolo della scuola, della famiglia e della politica nel trasmettere valori e nel contrastare l’isolamento delle nuove generazioni.

Particolarmente significativo è il contributo del responsabile dello spazio Meta che ospita l’incontro. Racconta l’esperienza di uno spazio messo gratuitamente a disposizione di associazioni, scuole e organizzazioni del terzo settore, con l’obiettivo di favorire iniziative aperte e accessibili. La sua testimonianza mostra come anche un’infrastruttura relativamente semplice possa produrre effetti importanti quando viene utilizzata come luogo di incontro anziché come semplice sede per eventi.

Nel corso della discussione emergono anche esempi di forme informali di aggregazione – dagli oratori alle tifoserie sportive, fino ad altri contesti spontanei – che continuano a dimostrare il bisogno umano di incontrarsi.

Pur partendo da posizioni differenti, tutti i partecipanti convergono su un punto fondamentale: la ricostruzione del tessuto sociale richiede molto più della semplice disponibilità di spazi fisici o strumenti digitali. Occorre creare condizioni che favoriscano relazioni autentiche, partecipazione e apertura verso persone e comunità diverse. Il confronto rimane aperto soprattutto sul modo in cui queste condizioni possano essere progettate, sostenute e finanziate senza perdere la spontaneità che rende gli incontri realmente significativi.

Vi aspettiamo!

Ci vediamo alle ore 18:00 a Binario F, 29/h, Via Marsala, Roma

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